Scarti su “Literary” (nr.5/2009)

Cocozza.jpgGRANDEDomenico Cocozza, laureato in Studi Comparatistici, dopo aver pubblicato diversi saggi attinenti al suo indirizzo scientifico e professionale, con il libro in disamina esordisce anche in narrativa. A completare l’opera in questione, nel suo musivo collocamento, sono diciannove racconti brevi. Brevi, sì, talora d’una sinteticità eloquentemente straordinaria. Oltre ad una realizzazione davvero stringata della singola proposta tematica, emerge un modus descrittivo ed una gestione della trama che, pur mancando d’una dettagliata gestazione e d’un appropriato intreccio narrativo, sa dare al racconto giusta finitezza. Quasi sempre i racconti sembrano rispondere, per scaltrezza di condotta, a quel senso di completezza che la curiosità del lettore fagocita, in modo da non porsi interrogativi sulla dinamica della trama.

Il titolo, Scarti, realizza il presupposto basilare, imprinting finalistico, del libro. Gli scarti sono quei sedimenti emarginabili, avanzi, rimasugli che si potrebbe pensare di cestinare, bruciare, eliminare, in altre parole epurare dall’organicità della realtà di cui costituiscono una più compatta unità. Però gli scarti di Cocozza non sono “cose”, inservibili cianfrusaglie da buttare; bensì situazioni, aneddotiche, risultanze liminari che il medesimo Autore intende, piuttosto che eliminare, riciclare e valorizzare. È una sorta di decantazione, ossia di confluenza nel segno d’una diversa collocazione del marginale. Sono briciole, scagliole, limature che, nell’insieme sapientemente assemblato, assommano un’ulteriore unità.

“La signora Adelmaier”, ad esempio, è con una mancata realizzazione culinaria (facendo cilecca con i biscotti al mirtillo) che smuove l’estrosità dello Scrittore.

E, così, “AU”, “J” e “2200”, che, tramite i relativi interpreti, o scellerati ricercatori (come nell’ipotesi di “AU”) oppure androidi, semiuomini, o se si preferisce, semimacchine impiantate nell’uomo (il che vale per le altre due idee narrative qui accennate), le quali esprimono i risvolti d’una malgestita scienza biogenetica e/o bionica, per quanto non rientrino in schemi d’attuale effettività, essendo fiction proiettate in circa due secoli più in là del presente, denotano un loro residuale disagio non scevro di particolari riflessioni.

E poi “Angoscia”, nella paura di venire a conoscere l’esito, tramite la lettura del referto medico d’una probabile infausta malattia, ricalca l’esperienza (e forse proprio per ciò è la meno residuale della raccolta) di atroce, sofferta attesa di chiunque sia alle prese di conclamate manifestazioni patologiche.

Analogamente, in una tipologia di malattia, questa volta tipicamente mentale, “Bob Dog” (nomignolo d’un perverso criminale psichico) è interprete seriale di assassinii, in forza dell’assuefazione ad una parossistica, fatale deformazione della realtà passata e finanche presente. Aberrante istinto che porta, alla fin fine, alla fisica autodistruzione del criminale, rimuovendo la sua capacità di riconoscersi quale soggetto attivo nella società, rappresentando sé come persona aliena, altro dalla propria identità, doppione dell’ego.

“Curiosità” invece penetra nei meandri d’un mondo omosessuale. E si è partecipi dell’impulsiva perpetrazione, da parte di Gabriele, dell’omicidio di Paco (uno spintone lo fa volare sotto il treno della metropolitana), amante del suo ex amante, Catello. Qui l’originalità non sta tanto nel criminoso gesto estemporaneo ma piuttosto nella dinamica, assolutamente casuale e paradossale, che crea il presupposto mentale nell’omicida.

Altri input all’insegna dell’omicidio vengono da “Il re spodestato”, “Il segreto”, “Il ficus” e “Malina”. Vi emergono i più singolari aspetti comportamentali, impensabili, più unici che rari, che scatenano la mente umana in un meccanismo distruttivo dell’altrui vita. Mentre, con “Twin sisters” l’aspetto residuo sta in una proposta, più che umana, umanizzante. Le due sorelle di turno tra le righe del libro sono nientepopodimeno che un paio di scarpe che si fanno protagoniste della loro storia, a partire dalla genesi produttiva in fabbrica e fino allo smercio in un mercato di cui non ci è dato sapere la locazione, perché il racconto viene smontato ad arte prima della loro destinazione.

“L’amico immaginato”, ultimo racconto della serie, in poche parole allegorizza l’eufemismo della possibile fregatura che si prenda da una persona considerata appunto un amico.

La definizione più appetibile, resa al singolare anziché al plurale, che lo Scrittore stesso, molto sottilmente, rifila ai suoi scarti si può trarre significativamente a p. 39, con “Il taxista”, nella seguente interpretazione, profilo del protagonista del brano omonimo: «Si potrebbe dire quasi indispensabile come la carta igienica nel cesso». Forse l’osservazione è un tantino antipoetica ma è certamente eloquente.

di Emilio Diedo

Disponibile in:
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